
Con il suo nuovo film “The Substance”, la regista francese Coralie Fargeat ha mostrato a tutto il mondo, con una semplicità disarmante, la concretezza della nostra immagine idealizzata, che prende forma attraverso un corpo. Brillante la scelta di inserire due attrici, la persona reale Elizabeth (Demi Moore), una stella della televisione in declino, accostata ad un alter ego più giovane, “una versione migliore di lei”, la giovane e bella Sue (Margaret Qualley). Tutto questo passaggio può avvenire attraverso The Substance, una molecola che se iniettata permette di creare quella versione più perfetta e idealizzata, stando però a regole molto rigide e scrupolose: il passaggio va fatto una volta a settimana, senza eccezioni; si deve nutrire la parte di sé latente; non bisogna dimenticare di essere una sola persona. Su questo aspetto in effetti non è chiaro se Liz e Sue siano la stessa persona, in termini di coscienza, ma ci ritornerò più avanti.
La pulsione a ricercare un corpo esteticamente attraente spinge Elizabeth a provare la sostanza, ma cosa c’è realmente dietro questa scelta? Il film inizia con la protagonista, che balla per un programma di ginnastica, il suo programma, che l’ha resa famosa. E’ fiera, orgogliosa di quello che è, pur sapendo di essere come tutti suscettibile all’invecchiamento, alla crescita del nostro corpo, ma anche della nostra mente. Questa consapevolezza forse le permette di trovare un compromesso con se stessa, di accettarsi. Ma questa fiducia in sé non è abbastanza solida, poiché ascoltando le parole denigratorie del manager su di lei, entra in una profonda crisi e angoscia esistenziale. È più attenta ai segnali che le dicono che non è perfetta, anzi che è sostituibile, fino a fare un incidente rischiando di morire. Soltanto una persona, un vecchio amico del liceo che la rivede dopo tanti anni, le dice che “è ancora la ragazza più bella del mondo”, che la accetta così come è. Ecco che si affaccia in lei una fiducia in sé, una consapevolezza di essere degna di amore e di non dover dimostrare nulla a nessuno. Ma questa consapevolezza sfugge, ed è meno invitante, persuasiva, accattivante di un falso sé più bello, che sia riconosciuto da tutti, e non da un uomo comune di mezza età, che nella sua autenticità si mostra apertamente per quello che è: reale. Ritrovandosi nel suo attico di lusso, ma sola e guardando il suo successo mostrato da un quadro appeso sulla parete, ma non sul cartellone in strada che possono vedere tutti, si sente come non appartenersi più, come una luce del passato che si sta affievolendo, ma soprattutto affamata di quel senso di amore e riconoscimento da un esterno.
Ecco dunque che avviene la transizione, un passaggio che è estremamente suggestivo e cinematografico. Nel vederlo salgono stati di confusione, di sovrastimolazione e nausea, nel momento in cui l’altra sé, Sue, esce dalla sua schiena. Eccolo il corpo perfetto, giovane e bello, e Elisabeth-Sue tocca la perfezione con un dito, si sente finalmente di poter raggiungere quello che desidera, l’amore degli altri. Subito iniziano però dei segnali disturbanti, a ricordare che si tratta pur sempre di una perfezione artificiosa, e la necessità di seguire pedissequamente i tempi di somministrazione di un fluido che la nuova sé deve iniettarsi, prendendolo dal Sè reale, che giace a terra. Una volta fatto questo, il nuovo sé idealizzato può finalmente godersi il suo corpo. Subito si fa notare e sorpassa ogni possibile avversaria senza il minimo sforzo. Raggiunge facilmente il successo e tutti la vogliono, ma ecco che nel momento in cui inizia a crederci veramente, la sostanza si fa sentire, e Sue è costretta a fare nuovamente il passaggio. E’ interessante a tal proposito, come il film sia un climax crescente di progressivo scollamento fra le due personalità Sue e Liz. All’inizio Sue è ben consapevole di essere finta, e si cura del suo corpo vero. Ma quando il suo sguardo è annebbiato dagli apprezzamenti degli altri, si dimentica della vecchia sé, perché non le può dare secondo lei quello di cui ha veramente bisogno. Ecco che inizia a fare delle eccezioni, e degli abusi della sostanza, rimanendo più del dovuto nel corpo perfetto. Ma la sostanza qui è intransigente, e ricorda al corpo che è uno, e tutto quello che viene preso da una parte, viene tolto dall’altra. Ecco che il nuovo passaggio alla vera sé è disturbante, con una parte del corpo che ha iniziato a morire, un dito malato e in decomposizione. In quel momento Liz non sa se ritornare in sé, interrompendo il processo, ma rimanendo con i cambiamenti irreversibili che il suo corpo ha subito. Decide di chiamare l’amico, forse con l’idea di parlare con lui di questo pericoloso esperimento.
Ecco che richiama la persona che la vede per quello che è e prende nuovamente fiducia in sè. Si trucca, indossa un bell’abito, coprendo le mani con dei guanti. Ma nel momento di uscire, rivede l’altra sé che giace a terra. Il confronto non può reggere, e ogni volta che la riguarda si aggiusta il trucco, cercando di assomigliare sempre più a lei, e ritardando sempre più l’appuntamento. La tensione cresce e l’amico la sta aspettando ormai al ristorante quando lei disperata resta a casa da sola. Quell’immagine perfetta di sé non la sta aiutando a crescere, ma è un ideale irraggiungibile, un avversario insuperabile, per cui non vale la pena rischiare, meglio restare soli. Finita la fase di depressione si ritorna all’altro corpo, ma questa volta gli abusi dell’utilizzo crescono di pari passo con l’alienazione di Sue, che si dimentica sempre più di chi sia veramente: Liz. I due Sè iniziano a confliggere tra loro, si fanno le guerra, e mentre Sue crea dei danni nel corpo di Liz, abusando del fluido, Liz si vendica degradando la casa e inveendo verso l’altra Sè, che inizia a detestare. Nel frattempo il corpo della la vera Liz è sempre più in decadenza, non si limita più ad un dito, ma ad un’intera gamba malata e la canizie avanzata. La misteriosa voce dell’uomo di The Substance le dice freddamente che non può tornare indietro, ma che può sempre fermarsi. Incapace ormai di farlo e sull’orlo della disperazione per i danni irreversibili al suo corpo, decide di continuare l’esperimento. È qui che avviene un fatto importante. Sue inizia a prelevare tutto il fluido rimanente dal corpo reale, per farne delle scorte da portare avanti più tempo possibile, forse nella sua mente per sempre. Mentre la falsa sé raggiunge i picchi più elevati del successo, il fluido inizia a terminare. Questa noncuranza progressiva dell’utilizzo della sostanza sembra frutto dell’immagine idealizzata di Sue che vuole continuare ad essere perfetta, ma potrebbe essere anche la stessa Liz, che d’accordo con la sua immagine idealizzata vuole uccidere ogni parte di sé imperfetta. Ad ogni modo, nel momento più importante della carriera di Sue, ecco che avviene di nuovo il passaggio. Questa volta non è soltanto una parte, ma tutto il corpo ad essere vecchio, malato e deforme. Liz, vuole interrompere il processo, perché ha paura di andare ancora avanti, e quel vero sé forse sta finalmente emergendo. La sua immagine idealizzata le ha portato via anche quello che aveva, stando molto peggio del momento in cui aveva iniziato. Prima di concludere il processo di soppressione dell’altro corpo, il richiamo della brama di gloria si fa più intenso, e compiendo un ulteriore infrazione, cede il suo sangue al corpo giovane, forzando il passaggio. Per la prima volta nella pellicola, i due corpi sono entrambi svegli e lottano fra loro, o meglio Sue vede Liz come un nemico, uccidendola. Forse questo è il momento in cui Sue sembra avere una coscienza, pur essendo il suo gesto totalmente irrazionale, disperandosi dopo averlo compiuto. Ma chi uccide chi? È la propria immagine idealizzata che ha ucciso il vero sé, malato e sofferente. Ma l’immagine idealizzata fa parte del vero sé, e non può avere vita propria, come un frutto non può crescere se separato dal ramo a cui appartiene.
Potremmo dire che Sue ha sfidato la natura, sentendosi onnipotente e incurante di aver ammazzato se stessa. Ma il contrappasso ora è spietato. Arriva lo spettacolo e Sue inizia a stare male, le perfezione inizia a sbriciolarsi, pezzo dopo pezzo, proprio ad un momento della celebrazione del successo. Torna a casa, lasciando il Teatro e compie l’ultimo disperato tentativo di rimanere in un corpo perfetto. Si inietta il liquido attivatore, “da utilizzare una sola volta”, gridando allo specchio “dammi una versione migliore di me!”. Ma come si può creare una versione più idealizzata dell’immagine idealizzata che sta marcendo? Quello che ne risulta è una creatura mostruosa, un insieme di parti sconnesse e ricomposte, un ammasso di membra deformi. Ma nonostante tutto, questa creatura mostruosa ha ancora bisogno di quello stesso sentimento che c’era in lei all’inizio, quell’umanità che ricerca soltanto amore e rispetto. Si presenta nonostante tutto allo spettacolo, con una maschera in viso mostrandosi forse per la prima volta autentica. Dice al pubblico “sono io, Elizabeth” mentre le urla di disgusto e ribrezzo riempiono la sala. “Uccidiamo il mostro!” dicono le persone. Uccidiamolo, perché è diverso da noi, perché è aberrante vederlo, perché ci disturba e dunque quello che è diverso e ci fa ribrezzo va ucciso in una società che ha paura di se stessa e in cui il culto della perfezione sembra raggiungere livelli apicali. Ho provato empatia verso quel mostro, che nonostante la sua evidente bruttezza non era cattivo. Mentre viene fatto a pezzi e macchia con il suo sangue i carnefici, esce dal Teatro, come una ammasso deforme che non sembra voler morire. Ho pensato che quello dovesse essere l’inferno, essere costretto a vivere in un corpo che non esiste più, continuare a soffrire in eterno, ma è proprio in quel momento che la faccia di Liz, unica parte rimasta del suo corpo striscia sulla sua stella ad Hollywood e guarda le altre nel cielo. In quel momento sorride, per la prima volta si vede e si riconosce come tale, una stella, ma è dovuta diventare un mostro per permetterselo. Ora non importano più gli apprezzamenti degli altri, né le critiche o l’odio, perché lei c’è, e forse il suo essere mostro le ha fatto capire che non possiamo mettere la nostra felicità nelle mani degli altri, non possiamo pensare di essere amati se prima non ci vediamo e ci amiamo, che prima dell’amore di tutti esiste la sicurezza e la fiducia in se stessi; un’accettazione delle proprie imperfezioni e un riconoscimento come individui unici. Alla fine Liz si è liberata, e il mostro può finalmente dissolversi.